15 settembre 2006: l’arrivo

Allora, com’è ‘sta Danimarca? A sole nove ore dall’atterraggio, l’unica cosa che sono riuscito a capire è che è un altro pianeta. Sembra impossibile che a due ore di distanza tutto sia così diverso.

Mi sembrava questo pomeriggio di essere stato teletrasportato; come spiegare altrimenti il fatto che ero su un altro pianeta ma senza aver dovuto penare per arrivarci? Uno è a Roma disperso nel traffico perché c’è da guadare un lago sulla strada (ma non pioveva già da parecchio) ma poi senza sforzo, senza fila al check-in, senza che il controllo bagagli si accorgesse che avevo nove (9!) rasoi nel bagaglio a mano, con solo mezz’ora di ritardo nonostante volassi Air-One eccomi in una Terra dove tutti sembrano gentili (e sono biondi).

Una sensazione di smarrimento la senti (e chissà per quanti altri giorni la sentirò): tu cammini ma ti mancano dei riferimenti, come mancano le strisce sull’autostrada quando all’improvviso affronti un tratto con l’asfalto nero di fresco. Ciò che manca sono i margini inconsci del tuo camminare: le scritte soprattutto dei negozi. Non mi lancio nella psicogeografia ma fateci caso se andate in un paese con la lingua totalmente incomprensibile (ancora meglio se con un alfabeto diverso), si cammina ma più che altro si ondeggia; come in autostrada tendi a metterti in mezzo alla carreggiata non appena la linea continua a destra sparisce. Sei meno sciolto nel prendere le curve, guardi negli specchietti in continuazione.

Ma questo non racconta la Danimarca. Non racconta il DTU.

La bionda xxx si affaccia fuori dal dipartimento (forse mi ha visto scendere dal taxi), sembra sinceramente preoccupata che tutto sia andato bene, che io stia bene, chi io non abbia da ridire nulla. Come potrei? ”This is your room, please” ed entro in una stanza inondata di luce (perché oggi a Copenhagen era estate! E perché non hai un altro edificio a 5 metri); ampia ma così ampia che a Roma ci metterebbero 8-10 persone più tutta una serie di armadi e macchinari polverosi. Noi dovremmo essere in due ma la tizia collega non c’era. C’è anche un divanetto tipo sala d’attesa 4 posti. Un computer per me, non ho neanche controllato cosa fosse ma vi dico che tutto è già installato ed il foglietto con il mio account mi è stato subito porto da xxx. Ma la prima vera immagine, indelebile, di quella stanza è stata la cancelleria sulla scrivania; chi di voi ha mai lavorato in un ufficio italiano sa perché questa cosa è stata come l’arrivo su un altro pianeta: tre evidenziatori, blocco di fogli, penne pennarelli matite, post-it in due colori, tutti allineati (ed allineati con i lati della scrivania). E xxx che insisteva ”please, in every moment, let me know if you’ll need something more or different”

Questo racconta il DTU. Vado a salutare il professore che mi ospita, aveva giusto in mano dei fogli da darmi come traccia di lavoro, chiedo un po’ come sono organizzati lì, i tempi e i modi di lavoro. ”Ba” fa lui (è italiano) ”tu adesso ambientati; in realtà ti consiglio di approfittare del tempo che è insolitamente molto buono qui, vai in giro, Copenhagen è una bella città, vedi un po’ tu, qui vieni quando ti pare; tieni conto che il sabato e la domenica non esiste che ci sia qualcuno, durante la settimana dopo le 16:30 non trovi nessuno, fai come ti pare”. Arriva xxx a portarmi il badge per l’accesso; casomai volessi proprio entrare a lavorare un venerdì alle 22 o una domenica alle 09 posso farlo tranquillamente. Che non mi aspetti di trovare qualcuno, però!

Poi mi presentano una serie di persone di cui non capisco il nome, vagamente il ruolo, e qualche parola in inglese; tutti sorridenti

Poi xxx si scusa ma deve andare via (sono le 14:30 circa), il Prof. si scusa ma deve andare via, a prendere il figlio

Stress? Cos’è lo stress?

Ora devo raggiungere la stanza dove alloggerò. Ho due trolley (uno gigante) più la borsa del computer ma la strada all’interno del campus non è molta. A sorpresa trovo una scalinata da scendere, non è infinita ma mi chiedo se posso trovare una via alternativa. Si avvicina sorridente una ragazza (è yyy, svizzera scoprirò, PHD student anche lei) metto da parte l’orgoglio macho italico e mi faccio aiutare a portare giù le valigie. A lei la più leggera ma secondo me avrebbe preso anche l’altra. Le stanze sono più vicine. Sono dei prefabbricati in realtà e sono molte di più delle 10 previste, nel senso che sono 9 per ogni prefabbricato ma il mio è con la lettera “N” per cui…
Che faccio apro? Busso, niente, apro. Sono in un corridoio, ecco la mia stanza, numero 3. 10 metri quadrati scarsi, un divano-letto, un armadio, un tavolo con due sedie, una lampada. Da studente ai primi anni ci avrei fatto la mia tana. Poi sul corridoio due bagni, due docce, due lavatrici in comune e una cucina sala da pranzo. Un odore di curry percorre tutto l’ambiente, ho per un attimo la percezione del perché i danesi si stanno spostando a destra.

Non c’è anima viva. Dopo una piccola pausa vado a Lyngby centro, ho fame voglio vedere l’ambiente e camminare senza strisce per terra. Autobus atteso mezzo minuto (fortuna?) biglietto a bordo, 5 persone in totale, tre minuti ed arrivo. Arrivo in una piazzetta pedonale (qui si intende che chi va in bicicletta scende e la porta a mano) con tre chioschi di street-food, niente pizza stiamo perdendo colpi.

I prezzi non sono economici ma neanche preoccupanti, 6 euro circa un cheeseburger grande ed una birra.

Mi rimetto in carreggiata: “ma qui ci sono bambini dappertutto!”. Gli avevo già incontrati sul treno da Copenhagen a Lyngby (una metro in realtà). Tanti piccoli, magari riposti in certi curiosi carrellini trainati dalle biciclette genitoriali. Ma molti, tipo scuole elementari, totalmente autonomi, prendono i mezzi vanno in giro in bicicletta. Io a Roma ‘sta cosa non l’ho mai vista ma pure giù mi pare stia sparendo.

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