Archive for the ‘Danimarca’ Category

København (e Malmö)

sabato, 11 novembre 2006

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Ho cominciato a mettere in ordine le cose per il ritorno: le idee, i file, le carte, i panni.

Tra i file ci sono un bel po’ di foto. Alcune di Copenhagen alla quale, forse, non ho dato in questo blog lo spazio che merita.

Quella che vedete sopra è il suo simbolo. Non è un monumento, non è un’opera d’arte ma riguardando queste foto (e nonostante il fotografo) devo ammettere che un segno di malinconia lo lascia.

Sotto segue una piccola panoramica del resto:

il municipio

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Nyhavn, l’area più pittoresca

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Rundetårn, costruita nel 1642

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Il campanile della chiesa di Nostro Signore, non sono riuscito a salirci. Peccato

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Il teatro dell’opera, inaugurato nel 2005

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Malmö

Malmoe è in Svezia praticamente di fronte a Copenhagen.

Ora c’è un ponte (ma chiamarlo ponte e riduttivo: è un tunnel sottomarino lungo 4 chilometri,un’isola artificiale dalla quale il tunnel riemerge ed infine un viadotto sul mare di circa 8 chilometri) che unisce le due sponde dell’Oresund

Io penso che sia un’opera eccezionale

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A Malmoe, poi, c’è gran fermento, con tutta una zona nuova di espansione ancora in crescita. Il simbolo di questa rinascita della città è la Turning Torso un edificio spettacolare disegnato da Santiago Calatrava. Il bello è che contrariamente alle aspettative è un palazzo per appartamenti e non per uffici. Ed infatti non ti ci fanno salire (almeno per il momento). Ha pure un sito internet, http://www.turningtorso.com/ dove si possono vedere gli appartamenti (piante ed interni) e conoscere i prezzi d’affitto. Non sono neanche poi così alti (anche se mi sembra che quelli sfitti siano ancora parecchi). Se ci state facendo un pensierino, però, prima leggetevi “Il condominio” di Ballard. Poi ne riparliamo

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Danish sunday

martedì, 7 novembre 2006

La domenica mattina parte male, con la pioggia battente per ore. Il mio programma della giornata rischia di saltare almeno in parte.

Il programma è vedersi in laboratorio per fare delle misure (tenete conto che la mia esperienza di misura si riduce sostanzialmente all’uso del termometro ascellare), mangiare qualcosa lì preparato da me (pasta), interrompere per andare a vedere il big-match della serie B danese tra Lyngby e come-cavolo-si-pronuncia-team e quindi riprendere con le misure fino a trovare la pietra filosofale.
Capite bene che è un progetto ambizioso e la pioggia di primo mattino non è un buon presagio (specialmente se le tribune dello stadio dovessero essere scoperte)

Sia come sia, mi metto a cucinare la mia amatriciana (con difficoltà, devo ammettere, perché la cipolla e la pancetta di prima mattina sono indigesti anche solo all’odore)
Dopo qualche consultazione telefonica si posticipa un po’ l’inizio, la pioggia si ferma, si comincia a dare un’occhiata agli strumenti, si mangia la pasta e si va alla partita.

Il come-cavolo-si-pronuncia-team è primo in classifica, il Lyngby è secondo. Allo stadio un tizio tipo ingresso centro sociale mi chiede 80 corone e mi fa entrare senza nessun tipo di biglietto. Un tizio che probabilmente è il terzo portiere del Lyngby a cui l’allenatore a detto questa mattina che anche questa volta non andrà neppure in panchina, è intento ad arrostire dei wurstel per il pubblico. Altri vendono birra. La curva (?) del Lyngby ha perfino due-tre striscioni. C’è solo un pezzo di tribuna centrale riservato agli sponsor (?) e poi ci si può sedere dove ci pare.
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(da leggere con voce da radiocronista)
La vibrante contesa vede le due compagini affrontarsi all’arma bianca per il primato della classifica. Il motorino biondo della fascia destra del Lyngby si dribbla da solo. Il possente capitano degli altri detta le geometrie di centrocampo
Con una prepotente azione personale il centro-mediano dei vichinghi blu timbra il cartellino e porta in vantaggio i padroni di casa. L’inesperienza costa cara al Lyngby che subisce il ritorno degli avversari che trovano il meritato pareggio proprio allo scadere della prima frazione di gioco.
Alla ripresa del gioco i padroni di casa entrano in campo determinati e decisi a fare proprio il risultato. La pressione si rivela tutt’altro che sterile e l’ala sinistra trova la via del gol con una conclusione a fil di palo. La reazione avversaria è decisa ma priva della necessaria incisività e prima del fischio finale il Lyngby suggella la vittoria e la conquista della testa della classifica con un terzo gol che chiude definitivamente i giochi.

Dopo un paio di gimme five con un pazzo che mi sedeva a fianco ed aver applaudito il Lyngby juniores che ha vinto il suo campionato. Posso tornare al campus per le famose misure. Un po’ sono intimorito da tutti gli strumenti nuovi e di modernariato, cavi e cavetti, spine e spinotti. La stanza è grande e sembra incredibile che ci sia spazio perché almeno 6 persone possano agevolemente fare il loro lavoro contemporaneamente senza salire sulle spalle l’uno dell’altro.
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(peccato per la schermata del computer!)
Inutile dire che l’intento era spiare le mosse di Mr Flicker, forse in parte ci siamo pure riusciti

Ma per me era solo un primo tentativo di uscire dall’astratto mondo dell’algebra e delle simulazioni

per tutte le aringhe!

lunedì, 6 novembre 2006

Sabato pranzo a base di aringhe. A Nyhavn, una delle zone di Copenhagen più carine, in una giornata ancora fredda ma soleggiata. Buffet come al solito, con l’aringa cucinata in almeno 10 modi diversi.
Da bere una bella birra di Natale ma anche l’Akvavit (penso che il nome dica quasi tutto). Nel nostro locale, in realtà, la tizia ci riempie il bicchierino con un liquido trasparente (che abbiamo temuto fosse alcool puro ma poi si è rivelato sopportabile) per, poi, chiederci quale “gusto” volevamo aggiungerci. Siccome il nostro inglese ed il suo non combaciavano, quelli che ci ha proposto sono stati indicati come: fiore, albero e frutto di bosco, senza meglio specificare. Io ho preso l’albero: sapeva di liquirizia
L’aringa era quasi sempre buona tranne 2 o 3 specialità troppo forti.

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Un paio mi sono piaciute particolarmente ma non chiedetemi quali!

Poi due passi per Stroget che è il centro pedonale di Copenhagen, affollato il sabato pomeriggio, ed espresso da Nazaza (non male) fino ad arrivare alla stazione centrale e prendere il treno per Lyngby

J-day

sabato, 4 novembre 2006

Ieri un po’ per festeggiare la mia partenza 😉 un po’ perché era meglio che stare fuori al freddo, ci è scappato un altro venerdì tra ingegneri. Questa volta, però, non mi sono fatto prendere di sorpresa e me ne sono uscito con una bottiglia di Nero d’Avola e pure un pacco di cantucci. Tanto per far capire a questi che ne devono fare di strada (ma solo da questo punto di vista, però!). Certo anche loro avevano una bella carta da giocare: la birra di Natale.

Ieri infatti era il cosiddetto J-Day (Juledag?), il giorno in cui si comincia a vendere la birra di Natale, juleøl, (anche se probabilmente è più una cosa commerciale che una vera tradizione visto che io la birra di Natale l’avevo già bevuta). Sia come sia questi se ne escono con 6-7 tipi diversi di birra e, che fai, non li provi tutti (più il vino)?

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Le ore passano tra chiacchiere, gare in rete con macchine che si inseguono e si sfasciano, birra e un po’ di junk-food (lo ripetono in continuazione che quello è junk-food, come volessero scusarsi e dire che solitamente mangiano altro) ordinato per telefono.

Le chiacchiere comprendono: moto e macchine (c’è un tizio svedese che si riprende mentre va ad oltre 200 al’ora in moto nel traffico e poi mette i video su internet), l’Europa è il miglior posto del mondo dove vivere, una vecchia dottoranda di qui era un’imbranata di prima categoria e sceglieva i capacitori in base al colore che più le piaceva, la paga di un ricercatore o di un ingegnere in Italia “is just ridiculous” e così via.

Alla fine, ultima birra in quello che forse è l’unico pub aperto fino a tardi a Lyngby. Per festeggiare il J-day avevano simpaticamente riempito di schiuma tutto il parcheggio davanti. Quando arriviamo noi il livello alcoolico dei presenti li sta già portando in fase di down, anche se qualcuno ancora azzarda a far ballare la pancia. Qualche triste figura da pub, come ce le si immagina di solito, è sola a capo chino sul bancone. Uno strano tizio viene ogni 5 minuti a cercare il suo giubotto al nostro tavolo. Qualcuno indossa sulla fronte una ultra-trash fascia con le piume, gentilmente fornita dallo sponsor (naturalmente uno dei due principali marchi danesi di birra).

L’ingegnere molto serio e responsabile del gruppo, forse condizionato dal fatto che tra due settimane gli nascerà un figlio, decide di rientrare in taxi pur avendo la macchina lì (in realtà a quell’ora di venerdì c’è un delirio di taxi che riportano a casa persone in stato inservibile). Altri se ne tornano in bicicletta come erano venuti.

Io mi faccio i miei due passi fino al campus

p.s.
qui per brindare si dice “Skål”. La voce gira che sia un richiamo al teschio (skull) dei nemici che i vichinghi usavano come simpatica tazza.
Ora che ci penso, effettivamente, in Asterix i vichinghi facevano proprio così!

Oggi…

mercoledì, 1 novembre 2006

 

…nevica

 

 

Halloween

martedì, 31 ottobre 2006

Questa sera è Halloween

che il Grande Cocomero vi porti tanti bei doni

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questa l’ho fatta io (con il supporto morale di IO che può testimoniare)

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versione notturna
!!!PAURA!!!

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Colmare lacune

lunedì, 23 ottobre 2006

Sabato 21 sono andato a vedere il concerto dei Lacuna Coil.
A supporto c’erano Gothminister e Poisonblack.

Forse è stato l’ultimo concerto prima della loro consacrazione definitiva a star alternativ-mediatiche (proprio qui a Copenhagen la settimana prossima MTV europe darà i suoi premi annuali e loro hanno una nomination)
Se ancora non conoscete i Lacuna Coil nonostante la cover di “Enjoy the silence” vuol dire che evitate le chitarre a tutti i costi. La faccio breve dicendo che sono un gruppo goth(?)-nu(?)-metal di Milano. Il primo italiano, nel genere, a quanto mi risulta, ad avere un successo all’estero.

Mi avventuro verso questo locale chiamato Pumpehuset nei pressi della stazione centrale. E’ ancora un po’ presto ma non ho ancora il biglietto. Poi, ho la sensazione che se c’è scritto che si comincia alle 21 sarà vero.
All’arrivo poche decine di “dark” (lì chiamo così tanto per capirsi. Non so se la definizione è tuttora in uso). Vestiti perlopiù neri, trucco vistoso. In questo i danesi sono fortunati. Per avere un look veramente dark nella folla basta tingersi i capelli di scuro mentre il viso bianco bianco già ce l’hanno.

Insomma mi ritrovo nella maggiore concentrazione di capelli scuri della nazione a parte il battaglione di donne asiatiche che compaiono a metà mattinata nel campus village per fare le pulizie e poi riscompaiono nel nulla (ma questa è un’altra storia, più seria. Meriterebbe un post e molto di più ma non so se ne avrò la forza di affrontarla).

Ci vuol poco a capire che anche i dark qui sono più rilassati che in Italia (ma forse quelli più cattvi subodorando MTV si sono tenuti alla larga dai loro ex-idoli). Dopo 20 minuti si aprono i cancelli, entro, mi compro il biglietto e mi ritrovo in questo locale che mi ricorda il Circolo degli Artisti di una volta o La locanda atlantide. Più puliti.
Qui si fuma ancora però ma la respirazione resta accettabile

Sono le 21.
Il primo gruppo, norvegese, è una specie di pagliacciata dove il cantante sale su una scaletta tipo arbitro da tennis ricoperta da un drappo con croce. Tutti gli altri hanno qualcosa di disegnato in faccia. Un tizio con il sintetizzatore fa un sacco di caciara e questo dovrebbe giustificare l’aggettivo “industrial”. Ogni tanto il leader prova a minacciare il pubblico con una sorta di pastorale che termina in un teschio e rilascia qualche “fuck you so much” per sembrare spiritoso. Non riuscirebbero a sembrare pericolosi neppure in un paesino della Basilicata. Non so la loro età ma se hanno più di diciott’anni sono un fallimento

Il secondo gruppo è più di sostanza, lascerei perdere altre definizioni e lo direi semplicemente hard-rock.
Capelli lunghi, lisci e neri. Canotte e t-shirt nere che evidenziano i bicipiti. Tastierista che si accartoccia sulla tastiera inclinata di 45 gradi verso il pubblico e non verso di lui. C’è pure qualche assolo.
Il cantante-chitarrista mi ricorda Glen Danzig
Non hanno canzoni memorabili ma sono del mestiere e si sente. Bravi

Ed ecco i Lacuna Coil. Il palco non ha molti fronzoli ma l’entrata è ad effetto con gli strumentisti con il volto coperto da maschere rese luminose dalla luce Wood. Mentre la coppia di cantanti attizza il pubblico.
Certo le camicie a maniche corte con le cravatte mi sembra di averle già viste in giro (Limp Bizkit?). Le treccine distanti 3 centrimetri l’una dall’altra pure (almeno dai Korn in poi). Il duetto voce femminile- voce maschile su una base aggressiva è, poi, una autostrada verso il successo almeno dopo che gli Evanescence sono stati usati nella pubblicità.
Insomma la sensazione che si siano saputi vendere è forte ma ad ogni modo non sono un gruppo finto.

Il pubblico di circa mille persone partecipa ed alcuni pezzi hanno dei bei momenti tirati. Io purtropo li conosco pochino e quindi non mi godo completamente i pezzi. Loro l’impegno ce lo mettono. I cantanti hanno la strana abitudine di darsi pugni sul petto (e la povera Cristina alla lunga magari si fa pure male 😦 ) e di gesticolare molto per mimare i testi (sarà che sono italiani? O che hanno paura di non farsi capire con la loro pronuncia?).
La tizia comunque ha voce ed una discreta presenza, il tipo invece mi sembra un po’ fiacco. La base musicale è potente. Non c’è una tastiera e questo fa quasi sempre bene al rock (vero Susca-keyboards?) anche se un sospetto di base ad un certo punto mi viene…

Man mano che il concerto procede mi faccio prendere di più e devo dire che mi diverto. Certo se avessero un miglior cantante maschile e se riuscissero a migliorare la scrittura dei pezzi sarebbero un gruppo formidabile (quest’ultimo punto forse ce l’hanno presente ed infatti il vero delirio lo scatena, per l’appunto, la cover di Enjoy the silence tenuta come bis…a meno che qualche purista non voglia ritenerla una ruffianta per il grande pubblico)

Se qualcuno di voi li ascolta mi piacerebbe sapere cosa ne pensa

Sono le 0:20. Scappo a prendere l’ultimo treno per Lyngby

Ciao ciao

Kolde (o koldt?) bord

lunedì, 23 ottobre 2006

Il pranzo assume questa forma in Danimarca, sia a mensa che in molti ristoranti

Anche questo non è un piatto, appunto, ma un modo di servire (o non servire) il cibo.

Kolde bord vuol dire tavola fredda e già ho detto quasi tutto. Si tratta di un buffett dove si trova un solo piatto caldo (molto spesso raffreddatosi nel frattempo) a base di carne. Polpette, vitello o pezzi di manzo mi sembrano le più comuni.

Il pezzo forte (in tutti i sensi) è l’aringa marinata e con diverse salse

Eppoi un po’ di tutto per costruirsi la propria insalata o il proprio smorrebrod (vedi post precedente)

Per il resto il pesce non esiste quasi (strano, no?). Zuppe no. Piatti di pasta o riso solo sotto forma d’insalate.

La mensa che io frequento mi va bene perché il piatto di carne è quasi sempre buono. Inutile dire che sono l’unico che usa spesso due piatti per cercare di tenere separati cibi evidentemente inaccosstabili (tipo l’aringa e la carne o pezzi di formaggio e la salsa della carne stessa)

Aspetto positivo del buffet è che mangi fino a che ti pare ed in certe occasioni ciò è molto gradito. Secondo me questo è uno dei due motivi per cui la modalità buffet in Italia si è diffusa poco e solo recentemente. L’altro è che l’italiano medio preferisce essere servito

Con questa battuta sociologica, chiudo.

Smørrebrød

lunedì, 23 ottobre 2006

Devo parlarvi della cucina danese.

La maggior parte delle volte mi cucino da solo o mangio a mensa, ma grazie a qualche fine settimana in giro e qualche lettura comincio ad avere le idee chiare.

Quella nel titolo non è una brutta parola ma il più comune piatto danese. In realtà dovrei dire meglio: il più comune modo di servire il cibo in un piatto danese.
Infatti lo smørrebrød viene chiamato spesso sandwich aperto danese (qualcuno lo paragona alle nostre tartine).
E come nel panino italiano ci può essere di tutto, anche lo smørrebrød può essere fatto con tutto.

Punti fermi:
Si serve in un piatto e si mangia con forchetta e coltello
La base è una bella fetta di pane di segale (nero)
L’aspetto estetico della composizione è importante quanto il sapore in bocca (in questo e nel fatto che in genere si serve freddo mi ha ricordato il sushi)

Un paio di foto che mi risparmiano duemila parole le ho trovate su internet, sul sito http://flickr.com/photos/ilmungo/

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L’autore, ilmungo, ne concede gentilmente la riproduzione secondo i termini di questa licenza

AttributionNoncommercialShare Alike Some rights reserved.

Voi direte: “basta chiacchiere, dicci se è buono”

Ma come si fa a rispondere se la cosa può variare ed avere sopra carne, pesce, verdura in tutte le combinazioni?
Quelli che ho mangiato erano buoni ma li avevo scelti con cura 😉 (e li ho pagati una cifra 😦 )

A me sembrano adatti ad uno spuntino (il ricordo del panino…) non ad un pranzo o ad una cena
Poi quasi sempre sono freddi e anche se questo richiama al “kolde bord” (vedi prossimo post) me li rende ancora più spuntini.

Ci vuole il piatto caldo. Ma possibile che qui a questa latitudine non l’abbiano capito?

In alcuni locali pare che il cliente possa prepararseli anche da solo scegliendo tra gli ingredienti a disposizione

Pro:
veloci da servire e mangiare
se ne possono provare molte varietà in una sola volta
anche l’occhio vuole la sua parte

Contro:
un senso di insoddisfazione se devono sostituire il pranzo
un senso di mancanza di affetto se fuori fa freddo ed entri in un locale per scaldarti

p.s.

al gruppo: con questo post ho fatto pure il mio primo esperimento con le licenze creative-commons (vedi sito a destra). Ci pubblichiamo con queste le canzoni dei Susca?

La partita di pallone

martedì, 10 ottobre 2006

In astinenza da calcio, sabato mi sono andato a vedere Danimarca-Irlanda del Nord.
Sarà stato un partitone affermerete voi retoricamente, ed io: <<22 schiappe!>>. Vabbé 21, salviamo Jorgensen.
Ma non mi sono certo pentito di quel sabato sera. E’ stato uno spasso. 35000 danesi e 5000 irlandesi, tutti ubriachi.
Il vostro cronista ha mantenuto la sobrietà.
Per raccontarvi di come ancora si può andare a vedere il calcio tranquilli e sereni.
Non c’è stato bisogno, ad esempio, di avviarsi ore prima.
Sul biglietto, forse, sono stato fortunato. Ho comprato da un bagarino a 35 euro, mezz’ora prima della partita, un biglietto che ne costava 50 ufficialmente. Prima, però ,ero arrivato alla stazione di Osterport, ad un quarto d’ora di treno da Lyngby. Scendo dal treno e vedo due poliziotti sulla banchina (devo essere sulla strada giusta, penso). L’atrio della stazione è pieno perché fuori è partito un breve diluvio. Tutti hanno addosso qualcosa di rosso e bianco: magliette cappellini parrucche trucchi in faccia. Un sacco di donne.
Anche qualcuno con il verde! Tranquillo lui, tranquilli i danesi
Mi faccio una passeggiata di 15 minuti sotto un po’ d’acqua con centinaia di danesi che cantano cori da stadio (le note sono le stesse nostre ma le parole chissà, manca solo il po–popo-po-po-po—po) e gruppi sparsi di irlandesi. Ma la costante di questo paese si ripresenta: la rilassatezza.
Arrivato sotto lo stadio non capisco più niente. Stand che vendono birra dappertutto. Chiedo ad un paio di persone se posso trovare un biglietto e mi dicono che forse sì, ma è difficile, per strada forse trovo qualcuno. In realtà lo trovo subito. 400 corone? No troppe. Facciamo 300. OK
Vado per entrare e vedo un fila enorme ma scorre in 10 minuti mentre chiacchiero con tre tizi alla apparenza moderati che tifano Broendby. Una perquisizione approssimativa e via dentro dove cosa vendono? Birra, birra, birra.

Cerco il mio posto e lo trovo facilmente. Lo stadio è tutto pieno ma ognuno è al suo posto e non ci sono persone in più. Gli ultimi 10 minuti passano ammirando un’idea semplice e geniale. Avete mai avuto il problema di dover portare 6 birre medie agli amici rimasti seduti? Qui ti danno un cartone ritagliato in maniera da infilarcele dentro e da avere una comoda maniglia. Geniale, peccato che non sono riuscito a fotografarli ed alla fine della partita era troppo tardi per averne uno. Ho visto gente con due di questi per un totale di 12 birre. Carlsberg naturalmente.
Dentro lo stadio non c’è nessuna barriera. Qualsiasi persona potrebbe entrare in campo in ogni momento ed in Italia non finirebbe mai una partita. Polizia nemmeno l’ombra. Ci sono 20-30 inservienti con la pettorina. I tifosi Irlandesi belli numerosi chiassosi non sono divisi dagli altri da nessun cordone di sicurezza.
Vabbé lo so. Questa è la normalità. Ma se siete andati qualche volta allo stadio in Italia capite perché ci perdo tutto questo tempo a raccontarvi ‘ste cose.
‘Ste cose sono dei segni.

Mi sembra di aver capito, ad esempio, che in Italia si voglia proibire la vendita di alcolici ai minorenni. Non si centrano mai le questioni. Mai. Magari i minorenni italiani potessero andare allo stadio, farsi due birre e tornare a casa contenti!
Per la cronaca il risultato finale è stato 0-0. But who cares?

breve resoconto fotografico:

prima del match

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irlandesi

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danesi

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sempre per i maniaci…

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schiappe (ne riconoscete qualcuna?)

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il seggiuolo

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